Giro a Vanvera

Giro a Vanvera Gabriele 🇮🇹 Natalia 🇵🇱 Vanito 🚐. Storie di una vita in viaggio.

AMARCORDAlaska–Panama.Con la seconda parte della Panamericana che inizia ad avvicinarsi sempre più, escono fuori anche r...
29/04/2026

AMARCORD

Alaska–Panama.

Con la seconda parte della Panamericana che inizia ad avvicinarsi sempre più, escono fuori anche ricordi che riguardano la prima parte: quella dall’Alaska a Panama.

Se avete tempo, siete rilassati e seduti comodi sul divano, mettetevi comodi perchè ho voglia di raccontarvi un aneddoto di quella prima parte che ha dell’incredibile.

Forse chi ci ha seguito assiduamente si ricorderà di Jan e Alet, di come è nata la nostra amicizia e cosa hanno significato per noi.

Oggi rispolvero quel racconto e lo approfondisco.

Siamo a Valdez, nella selvaggia Alaska.

Valdez è il punto di partenza per una mini crociera sui ghiacciai di quella zona, ma per noi era anche il posto più remoto in assoluto dove poter restare in panne col van e, credetemi, c’è mancato un pelo.

I problemi che stavamo avendo al motore avevano toccato l’apice proprio a pochi chilometri da Valdez, quando ci si è accesa la spia del motore.

Appena arrivati al porticciolo spengo il van e andiamo a fare il biglietto per il tour senza voler pensare a cosa succederà col van al ritorno.

E’ alla biglietteria che conosciamo Alet, o meglio, la vedemmo per la prima volta.
Entrò all’interno con un aria sperduta.

- “Possiamo aiutarla?” Chiediamo noi.
- “Ho perso mio marito. L’avete visto?”

Ovviamente non avevamo idea di chi fosse suo marito.
Facciamo spallucce e lei si gira e se ne va.
Era una bella signora, sui 70 anni, portati bene.
Capelli corti, grigi.
Aveva una faccia simpatica.

Facciamo il biglietto e saliamo a bordo.
Il battello è abbastanza pieno e l’unica scelta era quella di sedersi con altre persone.

Ad uno dei tavoli da 4 posti vediamo la bella signora e il suo ritrovato marito.

- “Dai, sediamoci con lei, almeno sappiamo che sembra simpatica” dico a Natalia.

Da li le prime chiacchiere, e così conosciamo anche Jan.
Olandesi di nascita e trasferiti a Vancouver da più di 40 anni, girano anche loro con un van.

Finito il tuor ci si saluta augurandosi reciprocamente ‘buon viaggio’ e ognuno riprende per la propria strada.

Quattro giorni dopo, e quasi 1000 km più avanti facciamo tappa al Visitor Centre di Haines Junction.
E’ qui che rivediamo Alet, di nuovo sola.

- “Hey Alet!”
- “Oooh, anche voi qui!?” Replica lei con la solita faccia sorridente.

-“Ma dov’è Jan, lo hai perso di nuovo?”
-“No, lui si scocciava a scendere, è rimasto nel van a prendersi il sole.

Noi stavamo approfittando del WI-FI del Visitor Centre per chiamare casa, mentre Alet torna per gli affari suoi.
Qualche minuto dopo Alet torna verso di noi.

- “Perchè non venite a prendervi un caffè da noi appena finite?”

Accettiamo l’invito.
Prendiamo le nostre sedie dal van e ci accomodiamo insieme a loro di fronte al loro furgone color cioccolata praticamente in mezzo al grande parcheggio della struttura.

E’ il timido inizio di una nuova amicizia che però finisce sempre nello stesso modo: un saluto e un augurio di buon proseguimento con la consapevolezza che non ci si rivedrà, molto probabilmente, mai più.

Ma il destino sta covando qualcosa e sembra che abbia intenzioni serie.

Abbiamo appena lasciato il Salmon Glacier, al confine tra Alaska e Canada, a oltre 1200 km da Haines junction.

Decidiamo di passare la notte in un’area sosta accanto alla strada.
Un posto sperduto, dove pochi metri prima avevamo visto attraversare due grizzly.

Siamo soli quando inizia a fare buio, e questo fa sempre stare un pò più sull’attenti.

Ad un tratto un veicolo entra nella nostra area sosta.
Ne vediamo solo i fari che ci abbagliano.

- “Chi cavolo sono questi!? Che vogliono!?”

Natalia, al solito suo, spegne le luci all’interno del van e spia dalla tendina per non farsi notare.

- “Andate via, maledetti!” Continua innervosendosi.

- “Daiiii, stai tranquilla! Si sono fermati anche loro per dormire. Almeno non siamo più soli stanotte.”

Lei si tranquillizza e andiamo a dormire.

La mattina dopo scopriamo che quel mezzo che speravamo andasse via era in realtà in van di Jan e Alet.

Dal canto loro, la sera prima Alet diceva a Jan che era esausta e voleva assolutamente fermarsi a dormire nel primo posto che capitava.
Quando Alet ha visto che nell’area sosta c’era qualcuno ha tirato un sospiro di sollievo e solo avvicinandosi molto hanno capito che si trattava di noi.

Questi incontri per niente programmati sono andati avanti per giorni a distanza di centinaia, migliaia di chilometri.
In situazioni al limite del reale.

L’amicizia inevitabilmente si rafforza.

Sì fa colazione assieme.
Sì fa pranzo assieme.
Si passano i compleanni assieme.

Il primo di Agosto è il compleanno di Natalia quando, almeno per una volta, ci diamo una sorta di appuntamento con Jan e Alet.

La strada per Telegraph Creek è lunga e sterrata, disseminata di buche e tratti lunghi di fango.

Sono 100 km senza alternative. Un’unica strada.
Siamo rimasti che se decideremo di fare quella strada li vedremo parcheggiati da qualche parte, senza possibilità di mancarli.

Iniziamo a percorrerla ma mi pento subito.

Troppo impegnativa per Vanito, soprattutto con i soliti problemi al motore che ci tormentano.

Ma il mio piede spinge l’acceleratore per 80 km senza arrendersi e quando ormai anche i nostri amici perdono le speranze di vederci arrivare, li vediamo parcheggiati tra le montagne.

Siamo tutti felici.
Nonostante il freddo.
Nonostante la stanchezza.
E io, nonostante la preoccupazione per Vanito.

Prendiamo una bottiglia di vino 🍷 ci sediamo su un tavolo con vista canyon e indossiamo le nostre reti anti zanzare improvvisate.

Festeggiamo Natalia con la sola compagnia della nostra amicizia e di quel posto sperduto tra le montagne Canadesi.

Ci scattiamo un selfie che ci fa spaccare dalle risate, in cui prendiamo in giro a Jan per il suo aspetto da pr********vo.

Il giorno dopo, ci rendiamo conto che gli ultimi 20 Km di strada sono estremi per il nostro van e decidiamo di tornare indietro.
Ci salutiamo ancora una volta con i nostri amici.

Loro hanno un van gemellato con trazione posteriore e non temono le ripide salite sterrate, quindi proseguono verso Telegraph Creek.

Dopo 10 minuti li vediamo tornare.

- “E’ troppo bello per permettervi di perdere lo spettacolo” dice Jan dal finestrino abbassato e il motore acceso.

- “Salite, vi ci portiamo noi a Telegraph Creek”.

Ora, pensate a questo: da Valdez a Vancouver ci sono quasi 3500 km.
Come fare dalla Sicilia a Mosca.

Cioè, immaginate di fare dalla Sicilia a Mosca in macchina ed incontrare per 10 volte in modo del tutto casuale le stesse due persone.

Le ho contate, eh!
10 V-O-L-T-E!

Doveva pur avere un senso tutta questa casualità.
E il senso si è manifestato da li a breve.

Quando Jan e Alet ci hanno invitato a Vancouver, Jan ci ha anche detto che giocava a calcio con un paio di italiani.
Uno di questi era un meccanico e poteva mettere le mani su Vanito.

Noi abbiamo mantenuto la promessa di fargli visita e quindi preso appuntamento col meccanico.

Ed ecco dove converge tutto.

A 400 metri dal meccanico rompiamo la frizione.

Avevamo fatto 15 mila chilometri fin li.

Poteva succede ovunque.

Poteva succedere in ognuno dei tantissimi posti sperduti, dove nemmeno un carro attrezzi sarebbe venuto a prenderci, semmai avesse saputo dove portarci.

E’ successo praticamente di fronte al meccanico.

Jan e Alet non solo ci hanno attratto verso un officina italiana in America, ma ci hanno anche supportato nei lunghissimi 45 giorni in attesa dei pezzi di ricambio.

Ci hanno portato a spasso, ci invitavano 2 volte a settimana a casa loro per farci passare giornate “normali”, per stare in compagnia.

Ci hanno ospitato quando il van era sotto ai ferri e non potevamo dormirci dentro.

Queste due persone hanno permesso a noi e il nostro van di arrivare a Panama.

Solo un mese fa capitava di svegliarsi col paesaggio innevato. Era uno spettacolo vedere come questo posto mescolasse oc...
19/04/2026

Solo un mese fa capitava di svegliarsi col paesaggio innevato.
Era uno spettacolo vedere come questo posto mescolasse oceano e rilievi bruschi e taglienti, imbiancati come privati del loro colore, in un unico teatro naturale.

Il clima era furioso.

Tempeste di neve scavalcavano ripetutamente la dorsale rocciosa che, con la sua forma quasi a ferro di cavallo, ci separa a tutto tondo da un mare infinito.

Se mi portassero qui a viso coperto, chiedendomi di indovinare dove mi trovi, a tutto penserei tranne che su un’isola.

Poi, come da un giorno all’altro, il cielo si apre.
Le nuvole svaniscono come per sempre, per giorni e giorni e giorni, e le notti iniziano a diventare giorni al punto tale che quasi smetto di cercare la dama verde per la troppa luce.

Ma lei c’è.
E si presenta sempre con una veste diversa.

È come una bellissima donna che danza al centro della sala.

Tutti si allargano e svaniscono lasciandole tutta la scena.

Resta solo lei e il suo teatro sullo sfondo.

Ruota…ruota facendo librare la sua veste verde al punto di ipnotizzarti, di farti girare la testa.

La luce del sole, che ormai non va più via, punta i riflettori su di lei.

Io sono sul ciglio di casa.
La porta aperta.
Il freddo artico mi colpisce ma lo sento a stento.
La testa all’insù.

Le mani cercano il telefono per immortalare la diva che di esibisce ma lo sguardo resta inchiodato al cielo incapace di staccarsi.

Ne esce qualche scatto che come sempre non può mai trasmettere l’emozione di uno spettacolo dal vivo.

Poi, all’improvviso, tutto si spegne.

Siamo al lavoro da oltre un mese e in un lampo ci troveremo nel vivo della stagione lavorativa.Pur vivendo un’esperienza...
08/04/2026

Siamo al lavoro da oltre un mese e in un lampo ci troveremo nel vivo della stagione lavorativa.

Pur vivendo un’esperienza unica, qui in una splendida isoletta delle Lofoten, non posso fare a meno di pensare al fatto che siamo ormai allo sprint finale.

Non riesco a crederci ancora ma mi vengono già i brividi nell’immaginare,nel pensare a quel giorno che saluteremo questo posto.
Al giorno in cui rimetteremo tutte le nostre cianfrusaglie a bordo di Vanito e partiremo per tornare dapprima alla base, giusto il tempo di organizzare la spedizione, e poi finalmente riprendere la Panamericana da dove l’abbiamo lasciata.

Ora, riguardando la mappa di tutti i posti in cui abbiamo dormito nel nostro viaggio (in foto dal Messico 🇲🇽 a Panama 🇵🇦 ) faccio una riflessione introspettiva.

La mia sensazione è quella di aver perso l’abitudine, la confidenza con quello che era diventata routine.
Quando su google maps faccio lo zoom su ognuno di questi luoghi, vi giuro, mi vien da pensare “ma quanto pazzi eravamo a dormire in posti del genere???”

È buffo.
Sono praticamente quasi passato dalla parte di tutti quelli che mi definivano un f***e.
Ecco l’effetto che mi fa tornare a una vita “quasi” normale, fatta di mesi passati in città per stare con la famiglia e di mesi passati a lavorare.

Dormire in una casa, avere tutte le comodità ogni giorno. Tutto ciò che sembra quasi imprescindibile.
Quell’effetto anestetizzante di cui ho parlato qualche tempo fa.

Ma nel nostro prossimo futuro c’è il Sudamerica.

Vi ho mai detto perché siano partiti dall’Alaska verso sud e non dalla Patagonia verso nord?

Ve lo dico ora.

Ero influenzato dagli stereotipi.

“il Sudamerica è pericoloso!”
“In Messico ti ammazzano!”

Queste frasi, sentite e ripetute da una moltitudine di persone mi portarono a pensare “Forse meglio partire da USA e Canada che sono più -occidentalizzate- e avvicinarsi pian piano alla culture latina dalla Baja California che è molto americanizzata, in modo di avere un impatto graduale…”.

Fesserie probabilmente.
Frutto dell’inesperienza.

Oggi, a distanza di 3 anni, ho quasi gli stessi timori, ma poi guardo questa mappa e i ricordi ancora vividi delle gioie vissute in ognuno di quei luoghi “pericolosi” del Centro America spazzano via tutte le paure.

Che mondo meraviglioso!
07/04/2026

Che mondo meraviglioso!

24/03/2026

Cambiare per me è di vitale importanza. Senza continue emozioni rischierei di cadere dentro a un buco nero.

22/03/2026

Una normale giornata di tempesta a Vaeroy. 🌪️

RISVEGLIO DA INCUBO.La penultima notte scorre relativamente tranquilla, ma il riscaldamento che si riattiva con frequenz...
04/03/2026

RISVEGLIO DA INCUBO.

La penultima notte scorre relativamente tranquilla, ma il riscaldamento che si riattiva con frequenza mai sperimentata prima fa capire chiaramente che fuori fa più freddo del previsto.

È una bella mattinata fuori. Il sole splende su tutto il manto nevoso.
Controllo il telefono.
Temperatura esterna -13.

Anche Natalia si sveglia e mi rivolge la solita frase: - “Com’è fuori?”
- “È bello e freddo!” Rispondo continuando a guardare fuori.

Poi mi giro verso di lei:
- “È il momento della verità! Accendo la p***a e vediamo che succede?”
Glielo chiedo cercando quasi il suo permesso e per condividere questa responsabilità.
Sappiamo che c’è il rischio che qualche tubo dell’acqua a contatto con la lamiera possa essersi congelato nonostante si trovi all’interno del van.

- “Vai! Accendi!.

Natalia mi da il via libera e premo il bottoncino nero della p***a dell’acqua con la stessa tensione con cui premerei quello per armare un missile nucleare.

La p***a gira per uno, due, tre infiniti secondi o forse più.
Ripremo il pulsante e spengo.
Non è normale.
La p***a solitamente si mette in pressione in un secondo o due al massimo.

- “Ecco! Lo sapevo! Il mio incubo peggiore che si avvera. Siamo senz’acqua….”

Non finisco la frase che già Natalia è con la testa sotto al letto nel gavoncino della p***a.

- “Qui non c’è nessuna perdita però. Forse questi tubi sono congelati” dice mentre tocca qua e là.
- “Neanche sotto al lavandino c’è acqua” replico io. “Deve essere un tubo della doccia. M***a!” concludo quasi disperato.

La parte idraulica della doccia è inaccessibile senza smontare mezzo arredamento.
È il nostro incubo più grande.
Chi ci ha allestito il van non si è preoccupato di rendere la zona accessibile in caso di guasto.
Non c’è molto che possiamo fare, e con una buona dose di rassegnazione decidiamo di arrivare a destinazione, ormai vicina, e valutare il danno più avanti con calma.
Iniziamo così a prepararci per la marcia.
Intanto però siamo senz’acqua.

Mentre Natalia fa gli ultimi controlli di routine io inserisco le chiavi e avvio il motore.
Un rumore del tutto nuovo e spaventoso proviene dal vano motore.
È un ronzio impetuoso.
Spengo immediatamente.

- “Bene, le sorprese non sembrano finite per oggi” dico con tono quasi calmo.
- “Possiano affermare che a Vanito non piace il freddo” replica Natalia.

Rimetto in moto e scendo per ascoltare meglio il rumore dal vano motore che però, nel frattempo, si è normalizzato.
Proviamo a rilassarci un attimo e riprendiamo la marcia verso Bodø, ormai vicina.

Mancano pochi chilometri al confine, ma anche senza il navigatore la Norvegia si riconoscerebbe subito.
Vette maestose, affilate e imbiancate sconvolgono il paesaggio mettendo fine al seppur bello ma noioso paesaggio delle sterminate foreste svedesi.

All’arrivo a Bodø il nostro primo pensiero è quello di dare una ripulita al van e lavarlo da tutto il sale sparso per le strade contro il ghiaccio ed evitare o rallentare il processo di arrugginimento.
Un piccolo regalo al nostro Vanito come ringraziamento per averci portato ancora una volta a destinazione.

Nel frattempo, una volta messi in fila in attesa del traghetto per Vaeroy, scopriamo anche che il tubo congelato si è sciolto senza spaccature e che tutto l’impianto idrico è ripreso a funzionare regolarmente.

Sembra che tutto si sia concluso per il meglio ma mancano ancora le 3 ore di nave che mi mettono letteralmente KO.
Arriviamo nella nostra nuova dimora temporanea col capo che ci attende ma gli chiedo di rimandare tutte le presentazioni all’indomani.
Sto troppo male.
Il letto è l’unico mio desiderio.

Dopo una bella dormita mi posso finalmente affacciare alla finestra.

Buongiorno Væroy!

Un raggio di sole filtra dall’oblò sopra al letto.Può significare una cosa sola: il cielo si è finalmente aperto.Quel pa...
01/03/2026

Un raggio di sole filtra dall’oblò sopra al letto.
Può significare una cosa sola: il cielo si è finalmente aperto.

Quel paesaggio fiabesco già di sè, con neve soffice a ricoprire la qualunque, sembra cambiare volto con la luce del sole 🌞
Il contrasto tra l’azzurro del cielo, il verde degli alberi e il bianco della neve che scivola già via dai rami come sabbia tra le dita, devono rievocare qualche felice ricordo nel mio inconscio, perché il tutto mi rende inspiegabilmente emozionato.

Ce la prendiamo con calma.
Colazione con thè e biscotti.
Programmazione.
Sono le 10:30 quando ripartiamo.
Che era bello il ritmo da viaggio, quello dove non avevi premura di fare nulla, e oggi volevamo rivivere finalmente quel piacere, visto che arrivati fin qui siamo abbondantemente in anticipo sul primo giorno di lavoro a Vaeroy.

La tappa odierna prevede “solo” 350 km, ma a due fasi:
Quella veloce continuando l’autostrada fino a Skellefteå, e quella ignota, da Skellefteå in poi, quando inizierà la strada a carreggiata unica verso Bodø.

Prima però ci fermiamo alla LIDL di Umeå per fare una spesa più completa, visto che chatGPT ci avvisa che i prezzi in Svezia possono essere anche il 50% più economici della Norvegia.

A Skellefteå facciamo anche un ultimo pieno di gasolio e siamo pronti per affrontare la Lapponia Svedese.
Inizia ufficialmente il tratto più impegnativo.

La situazione è quella vista dalle telecamere stradali: il manto stradale è ricoperto di bianco.
Non saprei dire se ghiaccio o neve compatta, ma ho un approccio molto prudente.
In effetti, non conosco ancora come si comporta Vanito in queste condizioni.

Tengo una velocità trai 60 e 70 km/h ma noto che le poche auto che mi raggiungono mi sorpassano sfrecciando.

- “Ma a quanto cavolo vanno sti pazzi???” Dico quasi urlando.
La faccia di Natalia dice quasi la stessa cosa pur non dicendo una parola.

Ma col tempo il piede prende confidenza col pedale, le mani col volante.
Ben presto la velocità media è sopra gli 80 e il van scorre ancora ben saldato a terra.
Un altro campervan mi supera a velocità ed è lì che realizzo che ste gomme chiodate fanno davvero miracoli, “ma io non oso di più, son già contento così” dico tra me e me mentre il sole inizia ad accarezzare l’orizzonte alla mia sinistra.

Manca pochissimo alla fine di questa tappa quando mi sorge un dubbio di una certa rilevanza.
- “Ma se la strada non è proprio pulita, e le varie area di sosta sono sommerse da un metro di neve, che ne sarà del bellissimo parcheggio vista lago ghiacciato dove vorremmo dormire stanotte??”.

La scoperta avviene quando il sole ci ha già salutati.
L’ingresso dell’area parcheggio è un muro di neve.
Non resta che ripiegare sul piano B, nato sul momento. 😅

Gli unici parcheggi puliti non sono altro che le piazzole di emergenza lungo la strada.
Non abbiamo alternative.
Scegliamo quella che ci sembra meno esposta e passeremo la nostra notte lappone così, con la speranza che nessuno ci arrivi addosso e che a un certo punto non passi più nessuno in questa terra desolata.

Resto per un po seduto davanti ad osservare il tutto, mentre Natalia sistema casa per la notte.
I fari extra che montano gli svedesi fanno sì che il sopraggiungere di un auto illumini tutto già da molto lontano.
Il van viene scosso dai mezzi che continuano a passare ad alta velocità nonostante l’arrivo dell’oscurità e confidando nella buona sorte, ceniamo e ci mettiamo a letto.

Ma la vera emozione della giornata e forse di tutto il viaggio intero arriva quando decidiamo di interrompere il film scaricato da Netflix per addormentarci.
Natalia ha un sesto senso: si alza, va al finestrino e la vede.

La dama verde sta danzando davanti a noi.

È di breve durata, e in fretta e furia, col finestrino ghiacciato, faccio in tempo a scattarle una foto.

Se questo è l’inizio…😄

La tappa di oggi finisce poco dopo Örnsköldsvik, città dal nome quasi impronunciabile per noi stranieri in terra svedese...
27/02/2026

La tappa di oggi finisce poco dopo Örnsköldsvik, città dal nome quasi impronunciabile per noi stranieri in terra svedese.
È il quarto giorno di viaggio che volge al termine.
Ancora un paio di giorni e arriveremo a Bødo, Norvegia 🇳🇴.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.
Martedì scorso, giorno 24 febbraio è stata una lunga preparazione.
Rimettere in sesto il van, fare le valigie.
Natalia si stressa tantissimo in queste circostanze, soprattutto se ha un tempo limite, ma non possiamo rimandare la partenza.

Il traghetto da Swinoujscie è all’una di notte e ci servono 5 ore di strada per andare con sicurezza.
Ne calcoliamo una in più per fare una spesona da portarci su e una in più per il check-in al porto.
Quindi il tempo limite per la partenza è fissato alle 18.

Natalia si accolla lo stress della gara contro il tempo per fare i bagagli, io mi accollo lo stress per la totale guida notturna, che inizio a sopportare sempre meno.
Un buon compromesso 😅.

Per la spesa però abbiamo fatto male i conti. I supermercati in Polonia chiudono alle 22 e noi ci fermiamo tardi a metà strada.
La spesona è diventata un carrello con roba ammassata quasi a caso senza poter ragionare troppo.

Arrivati al porto ci attendono oltre due ore di ritardo.
Vabbè, chi se ne frega, non abbiamo più nessuna premura.

Speravamo tanto di finire parcheggiati all’esterno sulla nave, come successo un anno fa, in modo da poter passare la notte comodamente a casa nostra, ma ci va malissimo.
Finiamo proprio in fondo alla chiglia, dove non ci sogneremmo mai di restare intrappolati in caso di emergenza.

“Pazienza! Dormiremo sui divani della nave”
ci diciamo rassegnati all’idea di una nottataccia.

Ma il mare piatto e la sala ristorante praticamente tutta per noi ci concedono una certa comodità e sopravviviamo senza particolari traumi.
Io mi addormento così profondamente che non so nemmeno a che ora siamo partiti.

Il risveglio è sulla costa svedese imbiancata.
Da trelleborg inizia il nostro viaggio verso il circolo polare artico.

Prima tappa: Borås.
È qui che ho contattato un bosniaco che vendeva gomme chiodate usate su marketplace.
Le andiamo a controllare con la speranza che siano buone davvero.
Il prezzo è troppo buono per aspettarmi davvero qualità, e invece non sembrano per niente male.

Paghiamo 1800 SEK (172€) per 4 gomme e corriamo (ancora una volta) dal gommista che sta per chiudere.
Nulla da fare.
Appuntamento per il giorno dopo.

-“Possiamo parcheggiare e dormire qui stanotte?”
Chiediamo al proprietario dell’officina.
-“Qui davanti non si può, ma dall’altro lato si”
dice indicandoci i parcheggi a pagamento lungo il fiume proprio dietro di lui.

Ma controllando il costo totale per passare la notte lì è persino più alto di un campeggio.
Anche no, grazie.

- “Porca miseria! Ma è rimasto qualcosa in questo mondo che non si debba pagare?? Ma nemmeno un parcheggio nascosto dietro un capannone è esente da costi??”

Sono infastidito.
Troviamo un parcheggio su Google maps circondato quasi a tutto tondo da strade e autostrade, ghiacciato e un poco in pendenza, ma il prezzo è accettabile, questo si, e noi siamo abituati a sonni ben peggiori.
Questo andrà bene.

Il giorno dopo montiamo finalmente le scarpine nuove a Vanito e possiamo finalmente ti**re il fiato.
(A proposito, quasi 190€ per il montaggio 😱).

Da Borås in poi non c’è più motivo di correre. Nessuno!

La notte successiva la passiamo dopo Gävle parcheggiati tra camion in un distributore di benzina.
È stata una notte tranquilla, a parte i camion che stavano a motore acceso forse per permettere ai loro autisti di sopravvivere al freddo.

Ci ha ricordato molto quelle notti passate sulla Alaska Highway.
Anche lì i camion dal muso lungo americani usavano stare tutta la notte a motore acceso, proprio accanto a noi.
Adesso li ringraziamo, ci hanno temprato. 😂

Ed eccoci arrivati oggi a…come si scriveva? Ah, si, Örnsköldsvik.

Da qui non si scherza più.
Le strade hanno guardrail di ghiaccio.
Per lunghi tratti non esiste linea di demarcazione tra cielo e terra.
È un bianco totale con la sola strada che ci finisce dentro.

L’asfalto dell’autostrada è ancora ben tenuto ma tutto il resto è neve e ghiaccio e io sono ben contento di aver indossato le gomme chiodate.

Da domani è previsto finalmente cielo azzurro e non vediamo l’ora di goderci la parte finale, la Lapponia svedese, con la luce del sole che si riflette su metri di neve e foreste infinite, e chissà che di notte la dama verde non si presenti finalmente a noi.

Ormai ci siamo.Tra poco più di una settimana andremo a recuperare Vanito in Polonia.Giusto il tempo di vedere se parte 😅...
14/02/2026

Ormai ci siamo.

Tra poco più di una settimana andremo a recuperare Vanito in Polonia.
Giusto il tempo di vedere se parte 😅, rimetterlo in sesto dopo il più rigido inverno da 15 anni a questa parte e prepararlo al viaggio per il grande Nord.

Non sarà una passeggiata, questo è bene tenerlo a mente.
Non lo sarà perché Vanito non è attrezzato per viaggiare in condizioni artiche.
La prima cosa che dovremo fare una volta arrivati in Svezia sarà dunque quella di fargli indossare scarpe nuove:
4 belle gomme chiodate 🛞 🛞 🛞 🛞 !

Ho trovato un sito web in cui posso controllare lo stato delle strade e i cm di neve ❄️ e praticamente quasi tutta la superficie della Scandinavia è attualmente imbiancata.
Difficilmente la situazione cambierà nei prossimi giorni.
Ma il rischio peggiore non è la neve, bensì il ghiaccio su cui ho davvero poca esperienza, soprattutto con un mezzo di quasi 3 tonnellate e mezzo.
Noi ce la faremo con la dovuta calma.

Inoltre nella parte centrale della Svezia sono previste temperature minime comprese tra i -15 e -22.
Noi abbiamo dormito al massimo a -8 senza alcun problema, ma a -22 ancora nessuno sa come reggerà la struttura del Van.
Lo scopriremo 😅.

Abbiamo deciso di percorrere tutta la Svezia anziché la Norvegia perché più pianeggiante e meno fredda, ma arrivati a Skelleftea dovremo per forza di cose lasciare la costa sul Mar Baltico e dirigerci sull’Atlantico e in prossimità del confine norvegese dovremo attraversare le montagne.
Quella è forse la parte più impegnativa.

Ad ogni modo, se tutto va come sperato, potremo finalmente raggiungere Bodo (gli interisti sapranno bene dov’è in vista del match Bødo - Fc Inter ⚽️). 😄

A Bødo, infine, prenderemo il traghetto gratuito di 3 ore che ci porterà sull’isola di Væroy, che fa parte dell’arcipelago delle Lofoten e qui finalmente inizierà la nostra ennesima avventura lavorativa.

Vi dico senza esagerare che le Lofoten sono tra i posti più belli che abbiamo visto nella nostra lunga esperienza da viaggiatori.
Lavorare e vivere alle Lofoten qualche mese è per noi un enorme privilegio, e ancora una volta, lavorare sarà come viaggiare. ☺️

Un’isola poco sopra il circolo polare artico.Un sogno che inseguivamo: lavorare alle isole Lofoten, sempre in Norvegia 🇳...
05/02/2026

Un’isola poco sopra il circolo polare artico.

Un sogno che inseguivamo: lavorare alle isole Lofoten, sempre in Norvegia 🇳🇴, come lo scorso anno, ma molto più a nord, dove l’aurora boreale non potrà più sfuggirci.

Un esperienza che inizierà a marzo e che quando si concluderà, se tutto andrà bene, ci vedrà pronti alla seconda parte del grande viaggio panamericano.

Siete curiosi di sapere dove ci porterà a lavorare Vanito questa volta?
Se è così, state connessi e lo scoprirete presto. 😊

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