29/04/2026
AMARCORD
Alaska–Panama.
Con la seconda parte della Panamericana che inizia ad avvicinarsi sempre più, escono fuori anche ricordi che riguardano la prima parte: quella dall’Alaska a Panama.
Se avete tempo, siete rilassati e seduti comodi sul divano, mettetevi comodi perchè ho voglia di raccontarvi un aneddoto di quella prima parte che ha dell’incredibile.
Forse chi ci ha seguito assiduamente si ricorderà di Jan e Alet, di come è nata la nostra amicizia e cosa hanno significato per noi.
Oggi rispolvero quel racconto e lo approfondisco.
Siamo a Valdez, nella selvaggia Alaska.
Valdez è il punto di partenza per una mini crociera sui ghiacciai di quella zona, ma per noi era anche il posto più remoto in assoluto dove poter restare in panne col van e, credetemi, c’è mancato un pelo.
I problemi che stavamo avendo al motore avevano toccato l’apice proprio a pochi chilometri da Valdez, quando ci si è accesa la spia del motore.
Appena arrivati al porticciolo spengo il van e andiamo a fare il biglietto per il tour senza voler pensare a cosa succederà col van al ritorno.
E’ alla biglietteria che conosciamo Alet, o meglio, la vedemmo per la prima volta.
Entrò all’interno con un aria sperduta.
- “Possiamo aiutarla?” Chiediamo noi.
- “Ho perso mio marito. L’avete visto?”
Ovviamente non avevamo idea di chi fosse suo marito.
Facciamo spallucce e lei si gira e se ne va.
Era una bella signora, sui 70 anni, portati bene.
Capelli corti, grigi.
Aveva una faccia simpatica.
Facciamo il biglietto e saliamo a bordo.
Il battello è abbastanza pieno e l’unica scelta era quella di sedersi con altre persone.
Ad uno dei tavoli da 4 posti vediamo la bella signora e il suo ritrovato marito.
- “Dai, sediamoci con lei, almeno sappiamo che sembra simpatica” dico a Natalia.
Da li le prime chiacchiere, e così conosciamo anche Jan.
Olandesi di nascita e trasferiti a Vancouver da più di 40 anni, girano anche loro con un van.
Finito il tuor ci si saluta augurandosi reciprocamente ‘buon viaggio’ e ognuno riprende per la propria strada.
Quattro giorni dopo, e quasi 1000 km più avanti facciamo tappa al Visitor Centre di Haines Junction.
E’ qui che rivediamo Alet, di nuovo sola.
- “Hey Alet!”
- “Oooh, anche voi qui!?” Replica lei con la solita faccia sorridente.
-“Ma dov’è Jan, lo hai perso di nuovo?”
-“No, lui si scocciava a scendere, è rimasto nel van a prendersi il sole.
Noi stavamo approfittando del WI-FI del Visitor Centre per chiamare casa, mentre Alet torna per gli affari suoi.
Qualche minuto dopo Alet torna verso di noi.
- “Perchè non venite a prendervi un caffè da noi appena finite?”
Accettiamo l’invito.
Prendiamo le nostre sedie dal van e ci accomodiamo insieme a loro di fronte al loro furgone color cioccolata praticamente in mezzo al grande parcheggio della struttura.
E’ il timido inizio di una nuova amicizia che però finisce sempre nello stesso modo: un saluto e un augurio di buon proseguimento con la consapevolezza che non ci si rivedrà, molto probabilmente, mai più.
Ma il destino sta covando qualcosa e sembra che abbia intenzioni serie.
Abbiamo appena lasciato il Salmon Glacier, al confine tra Alaska e Canada, a oltre 1200 km da Haines junction.
Decidiamo di passare la notte in un’area sosta accanto alla strada.
Un posto sperduto, dove pochi metri prima avevamo visto attraversare due grizzly.
Siamo soli quando inizia a fare buio, e questo fa sempre stare un pò più sull’attenti.
Ad un tratto un veicolo entra nella nostra area sosta.
Ne vediamo solo i fari che ci abbagliano.
- “Chi cavolo sono questi!? Che vogliono!?”
Natalia, al solito suo, spegne le luci all’interno del van e spia dalla tendina per non farsi notare.
- “Andate via, maledetti!” Continua innervosendosi.
- “Daiiii, stai tranquilla! Si sono fermati anche loro per dormire. Almeno non siamo più soli stanotte.”
Lei si tranquillizza e andiamo a dormire.
La mattina dopo scopriamo che quel mezzo che speravamo andasse via era in realtà in van di Jan e Alet.
Dal canto loro, la sera prima Alet diceva a Jan che era esausta e voleva assolutamente fermarsi a dormire nel primo posto che capitava.
Quando Alet ha visto che nell’area sosta c’era qualcuno ha tirato un sospiro di sollievo e solo avvicinandosi molto hanno capito che si trattava di noi.
Questi incontri per niente programmati sono andati avanti per giorni a distanza di centinaia, migliaia di chilometri.
In situazioni al limite del reale.
L’amicizia inevitabilmente si rafforza.
Sì fa colazione assieme.
Sì fa pranzo assieme.
Si passano i compleanni assieme.
Il primo di Agosto è il compleanno di Natalia quando, almeno per una volta, ci diamo una sorta di appuntamento con Jan e Alet.
La strada per Telegraph Creek è lunga e sterrata, disseminata di buche e tratti lunghi di fango.
Sono 100 km senza alternative. Un’unica strada.
Siamo rimasti che se decideremo di fare quella strada li vedremo parcheggiati da qualche parte, senza possibilità di mancarli.
Iniziamo a percorrerla ma mi pento subito.
Troppo impegnativa per Vanito, soprattutto con i soliti problemi al motore che ci tormentano.
Ma il mio piede spinge l’acceleratore per 80 km senza arrendersi e quando ormai anche i nostri amici perdono le speranze di vederci arrivare, li vediamo parcheggiati tra le montagne.
Siamo tutti felici.
Nonostante il freddo.
Nonostante la stanchezza.
E io, nonostante la preoccupazione per Vanito.
Prendiamo una bottiglia di vino 🍷 ci sediamo su un tavolo con vista canyon e indossiamo le nostre reti anti zanzare improvvisate.
Festeggiamo Natalia con la sola compagnia della nostra amicizia e di quel posto sperduto tra le montagne Canadesi.
Ci scattiamo un selfie che ci fa spaccare dalle risate, in cui prendiamo in giro a Jan per il suo aspetto da pr********vo.
Il giorno dopo, ci rendiamo conto che gli ultimi 20 Km di strada sono estremi per il nostro van e decidiamo di tornare indietro.
Ci salutiamo ancora una volta con i nostri amici.
Loro hanno un van gemellato con trazione posteriore e non temono le ripide salite sterrate, quindi proseguono verso Telegraph Creek.
Dopo 10 minuti li vediamo tornare.
- “E’ troppo bello per permettervi di perdere lo spettacolo” dice Jan dal finestrino abbassato e il motore acceso.
- “Salite, vi ci portiamo noi a Telegraph Creek”.
Ora, pensate a questo: da Valdez a Vancouver ci sono quasi 3500 km.
Come fare dalla Sicilia a Mosca.
Cioè, immaginate di fare dalla Sicilia a Mosca in macchina ed incontrare per 10 volte in modo del tutto casuale le stesse due persone.
Le ho contate, eh!
10 V-O-L-T-E!
Doveva pur avere un senso tutta questa casualità.
E il senso si è manifestato da li a breve.
Quando Jan e Alet ci hanno invitato a Vancouver, Jan ci ha anche detto che giocava a calcio con un paio di italiani.
Uno di questi era un meccanico e poteva mettere le mani su Vanito.
Noi abbiamo mantenuto la promessa di fargli visita e quindi preso appuntamento col meccanico.
Ed ecco dove converge tutto.
A 400 metri dal meccanico rompiamo la frizione.
Avevamo fatto 15 mila chilometri fin li.
Poteva succede ovunque.
Poteva succedere in ognuno dei tantissimi posti sperduti, dove nemmeno un carro attrezzi sarebbe venuto a prenderci, semmai avesse saputo dove portarci.
E’ successo praticamente di fronte al meccanico.
Jan e Alet non solo ci hanno attratto verso un officina italiana in America, ma ci hanno anche supportato nei lunghissimi 45 giorni in attesa dei pezzi di ricambio.
Ci hanno portato a spasso, ci invitavano 2 volte a settimana a casa loro per farci passare giornate “normali”, per stare in compagnia.
Ci hanno ospitato quando il van era sotto ai ferri e non potevamo dormirci dentro.
Queste due persone hanno permesso a noi e il nostro van di arrivare a Panama.