19/08/2026
Anche quest’estate un gruppo delle ciclofficine popolari è a Campi Bisenzio al presidio ex-Gkn per aiutare coi turni, contaminarsi, convergere.
“Allora, forse, questa è la convergenza che c’è bisogno di costruire pienamente: provare a ribaltare insieme il paradigma del traffico, dello sfruttamento, dell’isolamento urbano, stringendoci intorno alla fabbrica “socialmente integrata” che sarà la nuova Gkn, e riportando quella forza collettiva e quell’immaginario nei territori dove ci battiamo contro traffico, inquinamento, gentrificazione.”
Un appello al cicloattivismo:
CONVERGERE, SALPARE, INSORGERE (e PEDALARE!)
Con queste parole d'ordine, a luglio 2026, il Collettivo di Fabbrica ha lanciato il quinto anniversario dall'inizio della vertenza operaia alla ex-Gkn; con le stesse parole si è conclusa l'assemblea dell'azionariato popolare per la reindustrializzazione dal basso, a cui come ciclofficine popolari milanesi partecipiamo.
INSORGERE, innanzitutto: è un appello alla classe operaia e alla società tutta ad imporre collettivamente nuovi rapporti di forza, contro un Capitale sempre più vorace, guerrafondaio, sfruttatore, genocida. A riprenderci ciò che è nostro.
SALPARE: è l'interiorizzazione del metodo Flotilla, cominciare e non fermarsi "fino a che ce n'è", qui riferito al progetto di reindustrializzazione dal basso, ma in chiaro riferimento alla necessaria solidarietà verso il popolo palestinese e ogni popolo schiacciato dall'imperialismo.
CONVERGERE, finalmente, significa capire che i problemi sono sistemici, nessun* si salva da solo, nessun* vince davvero senza un cambiamento generale.
E allora a questa parola, diamogli senso - carne nervi e ossa (o meglio perni grasso e cuscinetti) - per noi, ciclofficine criticalmass e cicloattivismo conflittuale.
L'industria automobilistica è stata per decenni uno dei settori di punta del capitalismo mondiale e ha plasmato il nostro modo di spostarci. In Italia la Fiat ha fatto il bello e il cattivo tempo influenzando le politiche pubbliche: dopo la diffusione capillare di treni, tram e biciclette, dal fascismo in poi (e definitivamente col boom economico del dopoguerra) i governi hanno puntato sulla motorizzazione di massa, aprendo strade e autostrade a scapito delle linee ferroviarie secondarie, cementificando le città e incentivando la vendita di automobili.
Oggi viviamo ancora all'interno di quel paradigma inquinante e individualista, sia per quanto riguarda la mobilità urbana che extraurbana. Un paradigma in cui la prima vittima è lo spazio pubblico nelle città, messo al servizio della circolazione di auto sempre più ingombranti: strade, piazze, parchi prima luoghi di aggregazione per le classi popolari urbane, ora luoghi di transito o parcheggio per macchinoni.
E non si intravede cambiamento: incentivi alla vendita, politiche infrastrutturali (basti pensare allo stato dei mezzi pubblici che servono i pendolari), riforme del codice della strada, tutto punta a favorire ancora il mercato dell'auto.
Contro questa cultura gerarchica, capitalista, machista il movimento ciclistico si batte (in Italia) da 25 anni, dalla nascita nell'alveo del movimento "No Global". In 25 anni tanto è stato ottenuto nella pratica e nell'immaginario collettivo, ma è ora forse di costruire un paradigma completamente diverso, che tenga insieme ancora una volta la produzione di veicoli e i modelli di mobilità, ma in senso opposto.
Non più l'azienda gerarchica che sfruttando i lavoratori produce veicoli inquinanti (in piena crisi climatica!) che mangiano spazio pubblico, ma una produzione cooperativa di bici e veicoli ecologici, pubblici, poco ingombranti - al servizio di una mobilità diffusa ed equilibrata. Un immaginario molto più potente delle petizioni per qualche km di ciclabili in più, con la potenzialità per uscire dalla nicchia dei ciclisti per scelta e diventare davvero popolare e diffuso.
La reindustrializzazione dal basso del Collettivo di Fabbrica va, nel suo piccolo e nel suo grande, in questa direzione: una cooperativa operaia che (per cominciare) costruirà cargo bike, un tipo di veicolo che potrebbe rivoluzionare la mobilità urbana se fosse favorito dalle amministrazioni e diventasse davvero popolare.
Allora, forse, questa è la convergenza che c'è bisogno di costruire pienamente: provare a ribaltare insieme il paradigma del traffico, dello sfruttamento, dell'isolamento urbano, stringendoci intorno alla fabbrica "socialmente integrata" che sarà la nuova Gkn, e riportando quella forza collettiva e quell'immaginario nei territori dove ci battiamo contro traffico, inquinamento, gentrificazione. Il presidio fisso è già diventato itinerante per mettersi anche al servizio di altre lotte, la nuova officina sarà operativa dopo l'estate - nonostante l'assenza del settore pubblico, solo con la forza della rete solidale. Il progetto è salpato, l'insorgenza un processo già in marcia. Pedaliamo.
Convergiamo?