18/05/2026
Lunedì 18 maggio, in occasione di un convegno organizzato da Confindustria sulla transizione energetica, sarà presente a Civitavecchia il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin.
Il Ministro Pichetto Fratin è stato tra i maggiori protagonisti del clamoroso DIETROFRONT dell’attuale Governo circa il phase-out del carbone, già prefissato al 31.12.2025 fin dalla Strategia Energetica Nazionale del 2017. OVVERO BEN 9 ANNI FA. Un obiettivo su cui si sono pertanto orientati – sebbene INUTILMENTE - tutti e 5 i Governi intercorsi da allora, compreso il Governo Meloni che ancora ad inizio 2025 aveva infatti dato impulso a un bando per la reindustrializzazione delle aree occupate dalle centrali da dismettere entro l’anno.
Poi come si è detto l’improvvisa marcia indietro: il Ministro Pichetto Fratin interviene più volte contro la chiusura degli impianti, prospettando innanzitutto la necessità di metterli in “riserva fredda” – ovvero in una condizione di disponibilità operativa - ma non chiudendo la strada neppure a un loro possibile riutilizzo produttivo. Una posizione autorevole ma per molto tempo abbastanza isolata, che invece con il c.d. “Decreto bollette” VIENE FATTA PROPRIA dalla maggioranza di Governo: cosìcché, lo scorso aprile, il Parlamento formalizza la PROROGA del phase-out dal carbone, spostandolo ADDIRITTURA AL 2038.
Le ragioni ufficiali di un simile ripensamento sono note, riassumibili soprattutto nella volontà di non dismettere un ASSET STRATEGICO per il Paese, quale possibile alternativa al monopolio imprudentemente assegnato al gas metano (40-45% del fabbisogno elettrico nazionale), da anni al centro di contese geopolitiche. Con tutti i rischi e i costi che ne conseguono per famiglie e imprese.
Ma esistono fondate PERPLESSITA’ circa questa scelta, per diversi motivi.
Intanto perché la produzione elettrica da carbone si è dimostrata da anni ANTIECONOMICA (produzione 2024-2025 prossima a zero) e l’idea di riproporla non ha alcun senso nell’attuale quadro regolatorio: il quale, va ricordato, prevede per le centrali a carbone l’ESCLUSIONE DAL CAPACITY MARKET (in parole semplici, un pagamento fisso anziché ad energia prodotta), nonché una forte INCIDENZA DELLE QUOTE ETS - i permessi per l’emissione di CO2 - nella formazione dei prezzi dell’elettricità.
In secondo luogo, perché anche un eventuale regime di “riserva fredda” degli impianti non appare economicamente sostenibile, tanto che mantenerle in servizio tra il luglio 2024 e il luglio 2025 ha comportato UN COSTO COMPLESSIVO DI BEN 78,3 MILIONI DI EURO (29,9 Brindisi, 48,4 Civitavecchia). Un dato che smonta da solo ogni ogni ipotesi a riguardo, posto che non solo questa enorme cifra dovrebbe essere coperta con RISORSE PUBBLICHE che non si sa dove prendere (Dal bilancio statale? Dalle bollette già più alte d’Europa?); ma anche considerando che, laddove si trovassero i soldi, difficilmente una simile operazione COMPATIBILE con le norme in materia di aiuti di Stato. Come del resto ha già avvisato la stessa Commissione europea.
Da ultimo, perché le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia hanno PERSO l’autorizzazione a bruciare carbone, cosicché, per essere riattivate, sarebbe necessario emanare nuovi decreti per le rispettive AIA (autorizzazione integrata ambientale). Una scelta che non solamente si porrebbe in contrasto con gli impegni internazionali per la DECARBONIZZAZIONE e con il GREEN DEAL europeo, tuttora confermato, ma che probabilmente darebbe anche luogo a contenziosi legali. Come si capisce, si tratta nell’insieme di problemi DIFFICILMENTE SUPERABILI, che smascherano perciò la debolezza della posizione del Governo: il quale, dopo aver tuonato per anni contro la TRANSIZIONE “IDEOLOGICA” ha rinunciato a una seria strategia di lungo periodo fondata sulle ENERGIE RINNOVABILI, come invece hanno fatto altri paesi europei, ma si è infilato nel tunnel dei combustibili fossili. Combustibili che a differenza di pochi anni fa sono sempre più sottoposti a CRISI DI PREZZO e di APPROVVIGIONAMENTO. Tanto è vero che mentre migliaia di progetti su solare e eolico sono bloccati al Ministero, l’unica idea che il Governo ha saputo avanzare contro il caro bollette è stata quella di proporre un meccanismo per NEUTRALIZZARE i costi delle quote ETS a carico dei produttori di energia a gas naturale. Una misura sonoramente bocciata dalla UE.
In questo contesto, l’idea di un INSOSTENIBILE ritorno al carbone o anche di una “riserva fredda” da 80 MILIONI ALL’ANNO appaiono in gran parte solo una boutade, FUMO NEGLI OCCHI dei consumatori per convincerli che il Governo stia facendo qualcosa per loro.
Giacché, prigioniera di una visione tanto miope, soltanto una cosa sembra preoccupare la Presidente del Consiglio: e cioè che in questi 16 mesi di fine legislatura, nell’eventualità di una nuova crisi energetica, venga accusata non solo di aver perso 4 anni di tempo ma soprattutto di non aver alcun STRUMENTO utile a CONTENERE I PREZZI dell’elettricità.
Questo a ben guardare è il vero cruccio del Governo: mantenersi una LEVA PRODUTTIVA DI EMERGENZA in caso di emergenza, ma al massimo FINO A SETTEMBRE 2027. Una prospettiva esclusivamente elettorale. Da qui i continui annunci di una messa a “riserva fredda” degli impianti a carbone che però NON ARRIVA MAI e per la quale non basta affatto un “SEMPLICE DECRETO”, come ha detto il Ministro Pichetto Fratin: perché in realtà servono SOLDI, TANTI, e soprattutto serve un CONSENSO DELLA UE altamente IMPROBABILE (per usare un eufemismo)
Il risultato di tutto questo è ciò che abbiamo sotto agli occhi: il Governo vuole mantenere le centrali in condizione di disponibilità almeno fino alle elezioni, ma siccome NON HA I MEZZI NE’ LA POSSIBILITA’ DI FARLO DIRETTAMENTE ha di fatto deciso di ottenere lo stesso obiettivo scaricandone ogni ONERE SU ENEL. Una scelta dalle prospettive quantomeno incerte, ma che fatalmente - dopo oltre due anni di mancata produzione - spinge l’azienda elettrica a CONTENERE IL PIU’ POSSIBILE il costo delle manutenzioni.
E quindi appalti a termine sempre più miseri, aziende con l’acqua alla gola e lavoratori in cassa integrazione. Tutto questo NON RISPONDE alle esigenze del Paese, né a quello dei lavoratori e dell’intera comunità locale, impoverita da una inerzia che non porta da nessuna parte e che di fatto BLOCCATO L’ITER delle famose manifestazioni di interesse per nuovi investimenti: perché, nonostante il Comune abbia proposto NUOVE AREE, diverse da quelle di centrale, serviranno comunque ANNI PER REALIZZARE i progetti prospettati. Ammesso che le proposte imprenditoriali restino in piedi fino ad allora.
Quindi delle due l’una.
O il Governo mette fine a questo stillicidio e in accordo con la UE si decide per un “riserva fredda” vera e propria, fatta di adeguati piani di manutenzione, prove di esercizio, ecc, promuovendo nel frattempo investimenti alternativi anche tramite la stessa Enel, oppure avvia la dismissione degli impianti (o almeno a parte di essi) liberando al più presto le aree necessarie per nuovi insediamenti industriali.
In entrambi i casi, acquisendo NUOVI TRAFFICI per la BANCHINA PORTUALE annessa all’impianto che non può rimanere inutilizzata, così da restituire un futuro ai lavoratori Minosse e sostenere-lo sviluppo dello scalo locale.