05/07/2023
"La domanda che in assoluto mi viene posta più frequentemente dai giornalisti, è come ho allenato i miei figli quando erano piccoli. Sono padre di sette ragazzi e il mio secondo, il terzo e il quinto figlio - Henrik, Filip e Jakob - sono decisamente forti nel mezzofondo.
Sono diventato coach perché mi piace allenare e farlo con i miei figli è stato un modo per giocare con loro, per passare il nostro tempo insieme aiutandoli a crescere. Ora che sono adulti nei nostri programmi di allenamento c’è soltanto il mezzofondo a livello professionistico, ma abbiamo iniziato con lo sci di fondo, il calcio e il salto in alto.
Contrariamente a quanto molti pensano, i miei figli percorrevano pochi chilometri di corsa a settimana quando erano giovani. Mentre alcuni corridori adolescenti d’élite arrivano oggi a correre 130 o 140 chilometri a settimana, i miei figli fino a 16 anni non sono mai andati oltre i 70-80 chilometri, fino ad arrivare verso i 18 a stabilizzarsi sui 150-160. Mai di più.
Pochissimo di questo chilometraggio consisteva in lavori a intervalli o di velocità, si trattava principalmente di allenamenti lunghi a ritmi costanti. Con il lavori a intervalli abbiamo iniziato tardi, molto gradualmente e sempre senza esagerare. I ritmi della fase veloce, ad esempio, non andavano mai oltre il ritmo di una gara di 10.000 metri. Questo ritmo è decisamente più lento di quello con cui molti corridori giovani d'élite completano la maggior parte dei loro intervalli, ad una velocità che in genere è più vicina al loro tempo sui 3.000 metri.
Tutti questi dettagli però, per me, hanno poca importanza. Per conto mio l’aspetto più rilevante del mio compito è stato insegnare ai miei figli il modo in cui dovevano avere a che fare con gli altri. Per quanto mi riguarda il modo di relazionarsi con gli altri, il fatto che un atleta sia prima di tutto una persona in gamba e trovi il suo spazio nel gruppo in cui è inserito, è molto più importante dei record, delle vittorie o delle medaglie.
Non sempre le cose con i miei figli sono filate liscie, ovviamente. Succede in tutte le famiglie, non soltanto nella mia. La competizione si porta appresso la rivalità e con questa, una certa dose di arroganza. L’arroganza è qualcosa che ha a che fare indirettamente con l’autostima personale, si tratta sempre per me - come allenatore, non soltanto come padre - di tenere distinte le due cose, di sottolineare la differenza tra un atteggiamento arrogante e uno semplicemente competitivo. La linea di confine tra i due atteggiamenti è molto sottile e a volte non è chiara nemmeno a molti genitori o ad alcuni coach. E questo è un problema grave, un grosso limite allo sviluppo dell'atleta. A volte il problema di certi atleti è l'atteggiamento immaturo e irresponsabile dei genitori.
Alcune volte ho dovuto prendere i miei figli, fargli interrompere l’allenamento e fargli notare che dovevano cambiare atteggiamento con me, con i compagni e con gli avversari. L’alto livello di adrenalina durante una competizione o un allenamento tirato, l'eccitazione di una gara e l’attenzione degli altri, dei giornalisti, degli avversari o degli spettatori, aumenta la possibilità che una situazione vada fuori controllo. È un po’ come succede ad alcune persone quando sono ubriache e perdono consapevolmente il controllo. Dopo si pentono, scusandosi per il proprio comportamento, ma in certi momenti di tensione trovano normale essere così e comportarsi così, lasciandosi andare. Il loro problema è che non sanno come comportarsi e allora il perdere il controllo, il diventare arroganti o aggressivi, è paradossalmente la soluzione più rassicurante. È lì che un allenatore deve intervenire.
Il mio compito come coach - non soltanto come padre - è evitare che nel team si radichino dei comportamenti scorretti, che alcuni atleti vengano relegati a un ruolo secondario che non è necessariamente il loro. Tutti, all’interno di una squadra, devono avere la loro possibilità. Nessuno diventa campione da solo.
Quando rispondo alle domande dei giornalisti, è di questo che vorrei parlare: delle persone e del loro atteggiamento mentale, perché è un certo tipo di atteggiamento che trasforma un buon atleta in un vincente e in una brava persona, non un certo numero di chilometri di corsa da sciropparsi ogni settimana”. - Gjert Ingebrigtsen