Comitato per il NO al Referendum Costituzionale - Bologna

Comitato per il NO al Referendum Costituzionale - Bologna Comitato "Alessandro Baldini" per votare NO al referendum sulle modifiche costituzionali.

*LA VITTORIA PRESENTA IL CONTO ALLE OPPOSIZIONI* Emiliano Brancaccio il manifesto 27/3/26È stato detto che bisogna avere...
27/03/2026

*LA VITTORIA PRESENTA IL CONTO ALLE OPPOSIZIONI*
Emiliano Brancaccio il manifesto 27/3/26

È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.

All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.

Ebbene, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.

Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.

In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.

Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.

Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.

In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.

Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.

05/03/2026

COMUNICATO STAMPA

Sabato 7 marzo giornata di mobilitazione straordinaria per il NO alla legge Meloni-Nordio

A Bologna, in Emilia-Romagna e in tutt’Italia, in risposta all’appello di Giovanni Bachelet, sabato 7 marzo sono stati organizzati decine di banchetti promossi dal comitato della "Società civile per il NO alla riforma costituzionale", insieme al comitato "Giusto dire NO" e al comitato "Avvocati per il NO".
Nel centro della città (l'evento principale sarà in piazza Nettuno a Bologna, dalle 9 alle 13), ma anche in Bolognina e in altre zone della periferia e nei Comuni dell'area metropolitana, si terranno per tutta la giornata banchetti e volantinaggi informativi sui contenuti e le conseguenze di una legge di Riforma Costituzionale che colpisce duramente l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, fa arretrare la democrazia, rende la "giustizia debole con i forti e forte con i deboli".
Parteciperanno ai banchetti e volantinaggi la società civile: gente comune, magistrati, avvocati, studenti di comitati universitari, le numerose organizzazioni che intendono sconfiggere nelle urne questo disegno che colpisce al cuore la Costituzione.
Le tante iniziative svolte e quelle programmate dai comitati per il NO, evidenziano la crescente consapevolezza dell’elettorato dell’importanza per la nostra democrazia di questo appuntamento e hanno reso vano il tentativo di chi ha tentato di rappresentare il referendum come l’occasione per “cambiare la giustizia” e in questo modo incassare un facile esito di conferma alle sciagurate modifiche Costituzionali introdotte dalla legge Meloni-Nordio.
Viceversa, la capacità di mobilitazione e coinvolgimento del fronte del NO di larghi strati di popolazione, ha reso esplicito che una vera e necessaria riforma della Giustizia passa innanzitutto dal NO nelle urne il 22 e 23 marzo prossimi.

Comitato società civile per il No nel referendum costituzionale

Comitato Giusto dire NO

Comitato Avvocati per il NO

Tre eventi del NO a Bologna
04/03/2026

Tre eventi del NO a Bologna

Qualcuno inoltri a Nordio e ai sostenitori del SI questa intervista del figlio di Gelli che se mai avessero dei dubbi su...
01/03/2026

Qualcuno inoltri a Nordio e ai sostenitori del SI questa intervista del figlio di Gelli che se mai avessero dei dubbi sulla matrice piduista della loro "riforma della magistratura" il figliolo del capo della P2 glielo ha definitivamente tolto!

Referendum, affondo di Giovanni  Melillo procuratore nazionale antimafia e antiterrorismoConchita Sannino la Repubblica ...
24/02/2026

Referendum, affondo di Giovanni Melillo procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo

Conchita Sannino la Repubblica 24/2/26

Un giudizio durissimo sulla riforma Nordio. Nel metodo – «un’iniziativa governativa chiusa a ogni confronto parlamentare» – e nel merito, parlando di «soluzioni, largamente inadeguate» e «soluzioni forzate che prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi».

Nel tesissimo dibattito sul referendum – urne aperte il 22 e 23 marzo sulla legge Nordio-Meloni – interviene il vertice della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, con una lunga intervista alla testata on line Giustizia insieme, rivista diretta dalla magistrata Paola Filippi, una piattaforma dedicata al confronto tra magistrati, avvocati, studiosi del diritto e società civile.

Con i suoi pacati toni, Melillo lancia l’allarme su una situazione che mette «in discussione più ampi e delicati equilibri istituzionali», a fronte della Costituzione che rappresenta un «bene comune che deve poter armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta», e che non può essere il terreno di «prove di forza».

Nel merito, il procuratore nazionale antimafia denuncia «soluzioni, largamente inadeguate» e altri interventi «forzati», che «prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi». Il rischio? Intaccare la «condizione spirituale» della magistratura e alimentare «processi di ripiegamento burocratico e micro-corporativo».

Melillo parla inoltre di «pressioni politico-mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate», soprattutto quelle sulla «corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali». Insomma: una riforma «impossibile da condividere» perché lede la stessa idea di un’architettura costituzionale intesa come patrimonio «delicato e prezioso, per tutti».

Una bocciatura che – lontano dal clamore della quotidiana polemica politica – resta implacabile, perché strettamente tecnica. Ma il cui effetto non è ovviamente indolore per il fronte del sì. Lo testimonia il pesante attacco che arriva, in mattinata, da Enrico Costa, FI, alfiere tra i più agguerriti della riforma. Che non risponde nel merito ai rilievi del procuratore nazionale.

«Gli ultimi tre capi della Procura nazionale antimafia si sono candidati alle elezioni, due con il Pd e uno con i 5Stelle. Pertanto non stupisce che l'attuale procuratore spari a zero sulla riforma –è la reazione di Costa – arrivando a paventare 'pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate', proprio dall'ufficio che si è distinto come colabrodo per l'estrazione abusiva di documenti riservati a beneficio di giornalisti per costruire articoli contro esponenti del governo. Inventare di sana pianta che la riforma condizionerà le indagini è uno sfregio al Parlamento e misura il rispetto che certa magistratura manifesta».

Un affondo che entra in un dibattito politico ormai arroventato. «Non facciamoci fregare con la riforma salva-casta», dice ieri anche Giuseppe Conte, all’attacco sul no alla separazione delle carriere, mentre fa brillare le contraddizioni della destra.

Così il leader M5s si prepara così al duello con Nordio, mercoledì prossimo a Palermo, e prova a strappare la scena all’alleata Elly Schlein , la leader dei democratici. Che comunque non mollano la sfida, anzi.

È il presidente dei senatori Francesco Boccia a tracciare ufficialmente il referendum come argine di vitale peso: «È la scelta più importante della legislatura. E sarà un giudizio anche sul governo».

Dal fronte del sì reagiscono. «Non è un referendum sull’azione di Meloni, ma per una giustizia migliore», replica il vicepremier Antonio Tajani. È proprio su quest’ultimo concetto che il presidente M5S, con un video sui social, coglie in fallo la maggioranza sulle «bugie» relative alla riforma. Sequenza veloce, filo d’ironia nello spot di Conte. Da un lato le parole della senatrice-giurista Giulia Bongiorno, avvocata di successo (ieri Andreotti, oggi Salvini), che dice in sintesi: la riforma non avrà alcun impatto su tempi ed efficienza dei processi, la convinzione è figlia dell’«ignoranza». Subito dopo, ecco la più convincente Meloni che giura il contrario: con la riforma Nordio arriverà una giustizia «più efficiente e giusta». Conte chiosa: «Tutto chiaro? Non facciamoci fregare allora: votiamo no».

due incontri per comprendere cosa veramente comporta il progetto di controriforma Nordio Meloni della magistratura
21/02/2026

due incontri per comprendere cosa veramente comporta il progetto di controriforma Nordio Meloni della magistratura

Una riforma senza eleganza Un No anche al premieratoGianfranco Pasquino il Domani 18/2/26 Le buone teorie, secondo alcun...
18/02/2026

Una riforma senza eleganza Un No anche al premierato

Gianfranco Pasquino il Domani 18/2/26

Le buone teorie, secondo alcuni importanti filosofi della scienza, hanno due grandi pregi: l’eleganza e la parsimonia. Con un numero ristretto di generalizzazioni concatenate, formulate in maniera il più possibile limpida senza eccessi di tecnicità, quelle teorie inquadrano e spiegano soddisfacentemente una molteplicità di fenomeni.

Se pretendessimo che anche le revisioni della Costituzione italiana, certo scritta con eleganza e parsimonia pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irritano. apprezzabilissime, fossero soggette a questi due criteri valutativi, quella relativa alla separazione delle carriere dei magistrati non passerebbe la prova.

Il testo è piuttosto lungo, alquanto farraginoso e, poiché raddoppia un organismo cruciale: il Consiglio Superiore e introduce l’Alta Corte, implica un aumento dei costi di funzionamento.

Invece, a mio parere, non è preoccupante che si presti, inevitabilmente, tanto a elogi epocali quanto a critiche abissali.

Sono il tenore di quegli elogi e le implicazioni di quelle critiche, coloro che si pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irrita.

Elogiare la revisione perché era quello che voleva Silvio Berlusconi non suona convincente, lo ha opportunamente già notato Franco Monaco, a chi ricorda che Berlusconi sosteneva la superiorità del potere esecutivo conquistato attraverso le elezioni sugli altri poteri, legislativo e giudiziario, non propriamente una concezione liberale.

D’altronde, il ministro della Giustizia ha affermato che bisogna ristabilire la superiorità della politica sulla magistratura e che anche la sinistra (quando vincerà le elezioni …) ne trarrà vantaggi. Per quanto possano essere organizzati, attenti, coesi, non credo che i mafiosi e le loro famiglie, più o meno allargate, riescano a essere decisivi nel voto.

Soprattutto, pur sapendo che la democrazia italiana continua ad avere notevoli problemi di funzionamento (uno dei quali si trova proprio nella disciplina dei referendum), non credo affatto che la separazione delle carriere in requirenti e giudicanti abbia di per sé l’effetto di facilitarne, meno che mai provocarne il crollo.

Esistono una pluralità di anticorpi in grado di attivarsi. Inoltre, un conto è funzionare male un conto molto diverso è avere una struttura traballante.

Naturalmente non penso nemmeno che, una volta inquadrati per tutta la loro vita i magistrati in una sola carriera, ne conseguirà la soluzione automatica, definitiva e felice dei problemi dell’Amministrazione della Giustizia in Italia.

Avendo constatato che i dati ufficiali rilevano che solo lo 0,50 per cento di loro che sono circa 9.600 ha effettuato il passaggio da una carriera all’altra, non è plausibile che quel piccolo numero abbia creato grandi problemi. I magistrati del No si difendono affermando regolarmente che i loro organici sono sottodimensionati, le dotazioni di personale ausiliario, di supporti tecnici e di materiale sono inadeguate.

Aggiungerei che talvolta anche la loro preparazione non è all’altezza, che le loro conoscenze a fronte di quelle dei criminali non sono abbastanza aggiornate e, punctum dolens, che i loro tempi di lavoro, dei quali sono fondamentalmente e personalmente responsabili, risultano molto discutibili.

Non mi faccio illusioni. Il referendum non risolverà i problemi della Giustizia mentre sicuramente comporterà qualche conseguenza politica rilevante,

Questo referendum costituzionale, non “popolare confermativo”, come dice lo spot istituzionale tramesso dalla Rai, potrebbe indebolire il governo, comunque scalfirne l’aureola di arroganza. Non è ancora chiaro se Giorgia Meloni, dichiarato preventivamente che non si dimetterà, ci metterà la faccia all’ultimo opportunistico momento.

In caso di sconfitta si pone un problema, non di obbligo giuridico, ma certo di moralità politica, di dimissioni. Se vincerà il No le opposizioni avranno sconfitto una br**ta revisione, anche alla faccia delle quinte colonne al loro interno.

Quel che più conta avranno anche comunicato che una maggioranza popolare per il cosiddetto premierato non c’è, neanche con i duttili “sinistri per il Sì”. Non è poco.

Presidio davanti la Rai per la partita condicio nella campagna referendaria. Intervista a Loris Mazzetti, portavoce di a...
15/02/2026

Presidio davanti la Rai per la partita condicio nella campagna referendaria. Intervista a Loris Mazzetti, portavoce di articolo 21

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14/02/2026

presidio davanti i cancelli della Rai del comitato società civile per il NO al referendum costituzionale, per protestare per il rispetto della par condicio e del pluralismo dell'informazione, diritto inaleniabile della democrazia

Marina va al mercatoMarco Travaglio il Fatto 11/2/26Voglio raccontare una storia a Marina B., che in un paginone del Cor...
11/02/2026

Marina va al mercato
Marco Travaglio il Fatto 11/2/26

Voglio raccontare una storia a Marina B., che in un paginone del Corriere annuncia il suo Sì alla separazione delle carriere perché tiene tanto alla “vera ‘terzietà’ dei giudici” contro “i magistrati ideologizzati” e la “giustizia condizionata da un vergognoso mercato di nomine”.

C’era una volta un giudice della Corte d’appello civile di Roma, Vittorio Metta, intimo di Cesare Previti, amico e avvocato di Silvio B., che in due mesi (novembre 1990-gennaio ’91) scrisse due sentenze miliardarie: la prima condannòla banca pubblica Imi, cioè lo Stato, a versare 1.000 miliardi di lire al petroliere andreottiano Nino Rovelli; la seconda annullò il lodo Mondadori e sfilò il colosso editoriale a De Benedetti per consegnarlo a B.. Rovelli e B. avevano la fortuna di disporre di tre avvocati –Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora– ch e tenevano a libro paga Metta e altri giudici: le sentenze di Metta le compravano e le scrivevano pure.

Di quella su Imi- Sir, decisa dopo che Metta aveva iniziato a versare in contanti 270 milioni sul suo conto, furono trovate alcune minute scritte a mano con grafia diversa da quella del giudice, che si era limitato a copiarle.

Di quella su Mondadori i suoi legali esibirono con un clamoroso autogol una copia diversa dall’originale.

E si scoprì che era stata depositata il 15.1.91, il giorno dopo la decisione in camera di consiglio: 168 pagine manoscritte in meno di 24 ore, un record mondiale (Metta impiegava 2-3 mesi anche per verdetti molto più brevi).

Un mese dopo, il 14.2, dalle casse di All Iberian (cassaforte estera dei fondi neri Fininvest), partì un bonifico di 3,036 miliardi al conto svizzero Mercier di Previti. Che il 26.2 girò 1,5 miliardi al conto Careliza Trade di Acampora.
Che l’1.10 bonificò 425 milioni a Previti, il quale li dirottò in due t ra n ch e (11 e 16.10) sul conto Pavoncella di Pacifico. Che il 15 e il 17.10 prelevò 400milioni in contanti e li recapitò a Metta. Che si comprò una Bmw, acquistò e ristrutturò un appartamento per la figlia Sabrina, poi gettò la toga e divenne avvocato. Indovinate un po’ d o v e? Nello studio Previti.

Tre anni dopo, Previti divenne senatore e ministro della Difesa del governo B. (che lo voleva alla Giustizia, ma Scalfaro disse no). Poi fu condannato definitivamente a 7 anni e 6 mesi per le due corruzioni giudiziarie con Metta, Acampora, Pacifico e gli eredi Rovelli. La Fininvest dovette risarcire De Benedetti con 540 milioni di euro e il giudice che la condannò in primo grado, Raimondo Mesiano, fu linciato da Canale 5 per i suoi calzini turchesi.

Ora la presidente di Mondadori, cioè della refurtiva, parla temerariamente di “mercato vergognoso”e vuol separare i giudici dai pm per renderli “terzi”.

Ma basta separarli dai conti svizzeri di famiglia.

Indirizzo

Via Santo Stefano, 59
Bologna
40138

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