25/08/2024
GIORNO 16 - Niente è come prima
Si vede che siamo in Italia appena tocchiamo terra scendendo dal treno. Fra buche, sorpassi azzardati e scarsa illuminazione, i 10 km che abbiamo percorso fino ad arrivare a Varzo ci hanno portato coi piedi a terra, ricordandoci da dove veniamo.
La camera è la stessa dell'andata, ma non c'è più quel pazzesco odore di gas di scarico che i nostri zaini avevano assorbito nel corso della prima tappa. Per i gestori del b&b, sfortunamente, a breve ci sarà ancora.
La notte, eccezion fatta per gli ospiti che alle 23 camminavano con dei piedi di piombo al piano di sopra, è filata liscia, al fresco delle m***agne dell'alto Piemonte. Le campane delle 7.30 hanno dato il tocco di grazia, almeno a me, visto che Giulia, come di consueto, è già sveglia da un po'.
"Dobbiamo muoverci perché le previsioni danno pioggia!", queste le sue prime parole, tanto per darmi il buongiorno.
Rispondo mugugnando qualcosa che non ha senso manco per me e, catturando il cellulare con un incauto gesto verso il comodino, mi affanno alla ricerca di una smentita facendo rovinare gli occhiali a terra. Smentita che, mio malgrado, non troverò da nessuna parte.
Che siamo in Italia lo si vede anche dal fatto che la proprietaria non parla inglese con gli ospiti che parlano solo inglese, ma soprattutto che viene servita una colazione e, cosa ancora più importante, esiste un espresso degno di tale nome. Facciamo il pieno noi e, dopo i saluti di rito, siamo già in viaggio.
Prima di partire avevo mandato un messaggio alla zia Maddalena, una delle sorelle dei numerosi fratelli di mio padre. Visto che vive a Vercelli - e da lì passeremo - l'occasione è troppo golosa per un saluto. Prevedere un orario, anche per via del meteo incerto, è dura e quindi cerco di rimanere sul vago, senza impegnare nessuno.
Quando ripercorri una strada che hai già fatto - come nel nostro caso, visto che stiamo ripercorrendo a ritroso la strada della prima tappa - è un po' come vedere un film già visto. Non è necessariamente brutto, perché hai modo di guardare meglio i dettagli e, comunque, vedi tutto da una prospettiva diversa. E spesso, quando guardi le cose da un punto di vista diverso, ti convinci che poi, in fondo, c'è del bello ovunque.
All'altezza di Domodossola, a poche decine di km dalla partenza, ecco la pioggia. Ci fermiamo subito per coprire tutto e maledire le nuvole che hanno mandato in frantumi la nostra idea di un tuffo al lago. È destino che questa estate io non metta il costume. Pace, doveva essere così.
La pioggia picchietta fastidiosamente e ce la dobbiamo ciucciare per diversi chilometri, fino a oltre Gravellona Toce dove, di punto in bianco, tornerà ad esserci il sole. Tutto sommato è durata poco.
Ci fermiamo per un rabbocco di 3 litri al serbatoio, colmandolo a sufficienza per la restante parte del viaggio e cogliamo l'occasione per sgranchire le gambe sulla bella passeggiata di Pettenasco. Già che ci siamo, ci togliamo la giacca. Finalmente non serve più.
Per pranzo ci accontentiamo di un gelato un po' fuori dalla zona turistica, sostando in uno di quei bar di paese che mi fanno impazzire, perché mi ricordano il bar di Sant'Andrea e tutta la popolazione che ci orbitava attorno. Adoro questo posti perché trovi la gente vera, quella che certamente, fra un bianchino e l'altro, ha sempre qualcosa da dirti. Ma noi non abbiamo troppo tempo e, dopo aver saldato il conto (6€ la coppa di gelato, si vede che siamo in Italia!), ripartiamo.
Sono felice di andare a trovare la zia, anche perché ci sono anche altri zii che vedo sempre troppo poco. È vero che gli zii sono tanti - mio padre è il settimo di dodici figli - ma sono tutti sparsi per l'Italia e riuscire a catturarne addirittura quattro (con relative mogli) ha quasi dell'incredibile. Sono felice perché sono convinto che sia in queste piccole cose che si nasconda il segreto della felicità: una bicchierata inaspettata, un abbraccio sentito, una risata sonora. Se poi fatta con le persone che ami e che ti amano, non si può desiderare di meglio.
Ma mentre mi crogiolo nei miei pensieri felici, una vespa cerca di guastarmi la festa, incastrandosi fra casco e testa e pungendomi proprio all'altezza della tempia. Mi fa un male cane e sono costretto a fermarmi. Avesse punto qualche centimetro più in là, sarebbe stata in zona occhio e sarebbe stato un vero problema guidare. Meglio così. Il bozzo rosso ce l'ho ancora, a distanza di diverse ore dal misfatto. Così è iniziata la vacanza, così deve finire. Evidentemente un senso c'è, ma non riesco a vederlo. Anche perché sono un po' stufo.
Dopo una bella tirata, intorno alle 14.30 siamo finalmente dalla zia e inizia la festa. La casa è quella in cui viveva la nonna Rina e ogni angolo mi accende ricordi. Mi piace un sacco tuffarmi nel passato e andare a scoprire le mie radici. Le radici sono importanti, anzi forse di più, perché sono quelle su cui cresciamo e ci formiamo. Le mie radici sono gigantesche e, ogni volta che mi incontro con gli zii, mi rendo conto del perché. È una fortuna, anzi un privilegio, avere delle solide radici su cui potersi appoggiare.
Le ore passano in fretta, fra risate, biscotti al cioccolato e caffè finché viene l'ora di rimettersi in sella per l'ultima tratta verso Alessandria. Non prima di aver scattato qualche foto ricordo, con le due zie Maddalena e Luisa a cavalcare la Regina, e tutti noi a goderci un momento epico.
Ci salutiamo commossi e grati del nostro amore e, ronzando allegramente svegliando un vicinato assopito, ci rimettiamo in marcia.
Gli ultimi chilometri sono sempre pesantissimi. Se poi sei nella pianura con rettilinei infiniti, su strade che già conosci, diventa una tortura. E così è stato fino alla prima indicazione dell'inizio della provincia di Alessandria. Sento il cuore che inizia a pulsare forte: l'arrivo è vicino. È vero, siamo alla fine del nostro viaggio, ma non si può vivere una vita in vacanza, a meno che non si sia o pazzi o pensionati (cose che spesso coincidono). Bisogna tornare perché casa è sempre casa. E secondo me, quando provi questa sensazione, vuol dire che hai veramente scritto un'altra pagina del diario di vita ed è ora di chiudere il capitolo e andare avanti.
Il sole è ancora alto e caldo, ma c'è un vento fastidioso. Le auto, poi, continuano a farci degli sfili pazzeschi. Molte sono auto targate svizzere. Che sia il fatto che le pene che hanno legate alla guida siano così dure a casa loro che quando arrivano qua si sbizzarriscono? Non lo so con certezza, ma assicuro che più volte ho mandato a quel paese qualche autista, non sfoderando il mio dito medio solo perché non voglio incazzarmi a vacanza finita.
Poi, eccoci passare di fianco a San Salvatore. Il paese ci sorride dalla sua collina. Che spettacolo pensare che dietro ad ognuna di quelle porte ci sono altre famiglie, altre persone, altre radici. Riconosco la mia terra, le mie strade che percorro in bici. Sento profumo di casa e sono contento perché la Regina mi sembra un po' affaticata dal suono. Effettivamente la tappa di oggi è sui 200 km e fa caldo, tantissimo rispetto alle temperature Svizzere.
Alessandria. Il cartello, nella sua anonimità bianca e scritta nera, è ufficialmente il nostro bentornati a casa. Faccio gracchiare il clacson e festeggio con Giulia. Anche questa volta siamo tornati, sani e salvi e quasi puliti. No, puliti no.
Conosco le vie, i cartelli, i semafori. È tutto uguale, anche se a me sembra di essere via da 6 anni. È l'effetto di dilatazione del tempo vespistico: andando piano perdi un po' la percezione e fermandosi poi in tanti posti, sembra davvero di essere lontani da molto più tempo.
Svolta a sinistra, poi a destra. Alla rotonda dritto. La strada diventa meccanica. Non c'è più dubbio: siamo a casa.
La Vespa, davanti al garage, borbotta. I suoi km all'arrivo sono oltre 80.600. Indubbiamente abbiamo superato i 2.000 km di marcia. Siamo stanchi. Sono stanco. Mentre Giulia è scesa dalla sella, mi allungo e mi corico poggiando le gambe sul manubrio. Siamo arrivati!
Giro la chiave e la Regina non si spegne. Ha iniziato a fare questa cosa qualche giorno prima della partenza. Portata dal dottore sembrava sistemata, anche se ogni tanto lo faceva ancora. Poi, da quando abbiamo iniziato il viaggio, aveva smesso del tutto, facendomi pensare ad una sorta di potere auto curativo. Incredibile che abbia a ripreso a farlo proprio ora, mentre sto per ricoverarla.
Mi vuole dire qualcosa. La ascolto e le rispondo. Non posso rivelare il contenuto della nostra chiacchierata, ma poi, ingranando la prima, la faccio imballare. L'ultimo goccio di miscela ribolle nel carburatore, come un reflusso dopo una abbuffata, e la Regina si imballa, spegnendosi e portando un silenzio surreale nel cortile e nelle mie orecchie.
La guardo, con i lacci che ondeggiano al sole di un'Alessandria stranamente ventosa. È bella da impazzire. Ma è stanca. Ha faticato tanto oggi, in questo viaggio, in questi anni.
Sposto la macchina e incastro la Vespa al suo posto. "C***o, Regina. Ce l'abbiamo fatta anche questa volta!"
Chiuso il garage, siamo già diretti al supermercato per rifornire un frigo che piange di fame da giorni. Non posso pensare che sia già tutto finito. Nella buca delle lettere gli avvisi delle raccomandate. Nessuna bolletta, quelle sono arrivate in digitale sulla email. Tutto è come prima.
Ma niente è come prima. Già, perché dopo un viaggio così, stretti sui centimetri di una sella a cavallo di un motore piccolo ma potente, non puoi essere come sei partito. È impossibile. Sei cambiato per forza. Con tutte quelle salite da piangere, mentre tutti, ma proprio tutti ti superavano, hai capito che la soluzione c'è sempre, basta avere la forza di trovarla. Ad esempio basta scalare marcia e rallentare per superare una pendenza impegnativa. Così sulla strada, come nella vita.
Non puoi essere come prima dopo che hai viaggiato per ore sotto la pioggia torrenziale, tremando dal freddo e cercando conforto in un abbraccio sotto ad un viadotto insignificante.
Le punture, i letti scomodi, il sole che ti ustiona le braccia ma non gli avambracci. Per forza che cambi. Perché tutto cambia: il mondo cambia, la Vespa cambia, la strada che hai fatto all'andata cambia, la gente cambia. Gli amori cambiano.
Niente è come prima e tutto diventa diverso, ogni secondo.
Basta andare lenti, godersi il viaggio e ricordarsi che domani, dopodomani, ogni giorno c'è un mondo nuovo, là fuori, da scoprire.
Vuoi allora un consiglio? In bici, in moto, in Vespa, a piedi: metti giù il cellulare, fai lo zaino e parti. Ora. Subito. Appena puoi. Solo così potrai riuscire ad essere contemporaneamente te stesso e quello che non sei stato mai.
Brum brum